L’educazione e la comunicazione

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Per i comunicatori si pone una grande sfida, anche etica: il rapporto tra i mezzi di comunicazione e la problematica educativa. Riuscirà la comunicazione a dare voce ai professionisti dell’educazione per rimettere al centro delle preoccupazioni istituzionali i bambini, i ragazzi e gli adolescenti? La riflessione di Claudia Di Natale.

Vorrei partire subito dal significato del verbo educare (che ai molti sarà già noto): dal latino edūcĕre, ossia “tirare fuori”. La prima volta che l’ho scoperto per me è stata una rivelazione. Fino ad allora l’educazione era sempre stata esattamente l’opposto, ossia “mettere dentro” nozioni, regole, informazioni, precetti… il trasferimento di modelli educativi precostituiti, che rendono dipendenti.

La relazione che si instaura tra educatore ed educando, invece, dovrebbe favorire la crescita dell’altro permettendogli di scoprire e sviluppare i propri talenti e potenzialità, rendendolo una persona, al di fuori di rigidi schemi. L’educazione deve consegnare all’altro la libertà di essere sé stesso.

All’interno della Fondazione dove lavoro (N.d.R. Generas Foundation Onlus) l’obiettivo è di contribuire alla diffusione di una cultura in ambito educativo che rimetta al centro la relazione e dove formare l’uomo, non solo istruirlo, diventi una pratica legittimata. Il terzo settore è ricco di iniziative in campo educativo e nasconde una ricchezza paradossale: decine e decine di sperimentazioni, di innovazioni e di buone pratiche che non sono mai state messe a repertorio. 

Per noi comunicatori, soprattutto in questo periodo di pandemia, si pone una grande sfida, anche etica: il rapporto tra i mezzi di comunicazione e la problematica educativa che va a toccare diversi ambiti quali la famiglia, i minori, la scuola, l’istruzione. C’è anche chi parla di una nuova figura professionale: l’educomunicatore.

In nome dell’ordine generale la politica ha escluso totalmente dai suoi ambiti di comunicazione il tema educazione, rendendo invisibile quella porzione di popolazione che rappresenta il nostro futuro. Pare che parlare di Covid-19 con virologi, immunologi e scienziati faccia più audience che parlare di educazione. Anche il pedagogista Daniele Novara, nel suo libro “I bambini sono sempre gli ultimi”, chiude con una proposta politica alle istituzioni, una nuova attenzione all'infanzia, ai bambini e ai ragazzi che si concretizzi in diverse misure, piccole ma significative, tra le quali “creare un presidio pedagogico in ogni istituto scolastico”, “mettere a disposizione dei genitori un bonus pedagogico”, “sostenere la professionalità degli insegnanti” e “destinare spazi cittadini ai bambini e ai ragazzi” e “non chiudere le scuole”. Riuscirà la comunicazione a raccogliere la sfida, quella di dare voce ai professionisti dell’educazione per rimettere al centro delle preoccupazioni istituzionali i bambini, i ragazzi e gli adolescenti?

Tratto da www.ferpi.it

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