Brand reputation

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Il paradigma “copy+visual” sembra essere passato a “visual+copy”. Tradotto nel linguaggio dei comunicatori suonerebbe così: comunica se hai qualcosa da far vedere, avere qualcosa da dire è ormai secondario. Oggi i social network sono strumenti che non si possono ignorare, ma bisogna anche dire con forza che un brand non può affidarsi solo alla “leggerezza” di campagne di notorietà

Tratto dall'analisi di Omer Pignatti

Da un lato c’è Seth Godin, guru mondiale del marketing, che nel suo ultimo libro (Questo è il marketing) invita i brand a scendere dalla giostra dei social, dall’altro c’è l’enorme successo delle stories di Instagram, che hanno conquistato 25 milioni di brand nel mondo. Un successo talmente grande da ribaltare il paradigma: da “copy+visual” a “visual+copy”. Tradotto nel nostro linguaggio suonerebbe così: comunica se hai qualcosa da far vedere, avere qualcosa da dire è ormai secondario.

La contraddizione è solo apparente, perchè i social non sono un mondo completamente definito. In più: sono una dimensione talmente vasta che al suo interno può contenere contraddizioni. Come quella del brand che decide di abbandonare i social per la sua prossima campagna di comunicazione e questa scelta fa discutere milioni di persone... sui social network.

Oggi i social network sono strumenti che non si possono ignorare, ma bisogna anche dire con forza che un brand non può affidarsi solo alla “leggerezza” di campagne di notorietà. Sono effimere per definizione, sui social lo sono ancora di più.

Con i consumatori o con la propria community di riferimento va creato un rapporto di fiducia basato sulla reputazione, la merce rara di questa epoca di linguaggio inflazionato e parole svuotate di significato. Un dato per tutti, dalla ricerca Conad-Censis “Miti dei consumi, consumo dei miti”: nell’ultimo anno 17 milioni di italiani hanno deciso di non acquistare qualcosa per mancanza di fiducia verso l’azienda produttrice.

La comunicazione di prodotto, da sola, non basta più. Nemmeno gli influencer, nemmeno il boom di like su un post o l’effimera durata di un topic. Sono strumenti utili se innestati sul lungo percorso di costruzione della reputazione, core business delle agenzie di pubbliche relazioni. Che in questo contesto, dopo anni di rincorsa alle web agency e di confronti impari con le grandi società di consulenza, possono trovare un nuovo protagonismo.

Edi Florian

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